NORBERTO LENZI

Norberto Lenzi nasce il 29 giugno 1940 a Porretta Terme (BO).
Inurbatosi a Bologna all’età di sei anni, ha qui frequentato tutte le scuole (rigorosamente pubbliche) e l’Università, laureandosi in Giurisprudenza nel 1964.
L’ingresso in Magistratura, avvenuto nel 1967, fu la logica conclusione, parte istintiva e parte meditata, dei giovanili dibattiti universitari ove ognuno sentiva di doversi far carico dei mali e delle ingiustizie del mondo ed aveva quella congrua carica di megalomania che lo faceva sentire in grado di risolverli, almeno in parte.
Dopo un breve periodo di tirocinio presso la Corte d’Appello di Bologna, venne proiettato, nel 1968, alla Pretura di S. Donà di Piave e qui si rese conto che il diavolo, nonostante quello che dice la saggezza popolare, è assai più brutto di come lo si dipinge.
Il giovanile ardore ed un carattere non proprio temperante lo condussero presto a scontrarsi con realtà locali ritenute intangibili ed impermeabili anche alle nuove istanze sociali che si andavano affermando.
E’ l’epoca dello Statuto dei Lavoratori e delle battaglie per i diritti ambientali per i quali venne ovviamente iscritto nel ruolo dei “Pretori d’assalto”.
Tornato alla Pretura di Bologna nel 1974 ed accolto come un reduce da una difficile frontiera, ha sempre evitato, senza sforzo, l’inserimento, il coinvolgimento e la contiguità con realtà politiche locali, attirandosi, a volte, critiche per provvedimenti intesi come provocatorii e, invece, semplicemente in linea con un corretto ed equanime esercizio della giurisdizione.
Ha creduto nella insostituibilità e nella incisività della figura del Pretore al punto che solo la abolizione legislativa lo ha potuto rimuovere da una funzione che, ad avviso di alcuni maligni, egli continua ad esercitare senza prendere eccessivamente sul serio la nuova procedura.
Come sempre nelle critiche c’è qualcosa di vero; anche l’accusa di “sostanzialismo” che, spesso, gli viene rivolta, non è del tutto scevra di fondatezza, ma si tratta solo di una predisposizione mentale alla concretezza, di una contenuta ribellione ad un dissennato prevalere della forma sulla sostanza, di un rammarico per l’ingiustificato sacrificio della efficienza della Giustizia a garanzie pretestuose.
La consapevolezza nel “foro” di tale “anomalia” non ha impedito un corretto e cordiale rapporto con gli avvocati che riconoscono l’onestà delle motivazioni, la franchezza nel dialogo e l’uso dell’ironia come forma di sopravvivenza.
Ce ne sarà sempre più bisogno in questo tempo di “lune nere” così magistralmente descritto da Cordero.